Giustizia, stato e polizia

La conferma in Cassazione della sentenza che condanna la catena di comando della polizia per aver manipolato le informazioni sull’intervento alla caserma Diaz di Genova, undici anni fa, apre una fase assai delicata e va trattata con equilibrio. In uno stato di diritto, e non “golpista” come si gridò, chi commette reati ne paga le conseguenze e questo è avvenuto, seppure con i tempi biblici della giustizia italiana.
7 LUG 12
Ultimo aggiornamento: 15:54 | 14 AGO 20
Immagine di Giustizia, stato e polizia
La conferma in Cassazione della sentenza che condanna la catena di comando della polizia per aver manipolato le informazioni sull’intervento alla caserma Diaz di Genova, undici anni fa, apre una fase assai delicata e va trattata con equilibrio. In uno stato di diritto, e non “golpista” come si gridò, chi commette reati ne paga le conseguenze e questo è avvenuto, seppure con i tempi biblici della giustizia italiana. L’errore commesso da alti funzionari della pubblica sicurezza, d’altra parte, non cancella i risultati che gli stessi hanno ottenuto nella lotta quotidiana contro la criminalità, che alcuni tra loro hanno condotto dalle posizioni più delicate dell’intelligence. Ha dunque fatto bene il ministro Annamaria Cancellieri a riconoscere sia l’errore sia i meriti, ha fatto bene il capo della polizia Antonio Manganelli ad accompagnare le scuse alle vittime della violenza poliziesca con la riaffermazione del principio di innocenza fino a sentenza definitiva, in base al quale i funzionari sono rimasti nella loro carriera fino al verdetto della Cassazione.
Sarebbe bene che tutte le persone di buon senso, nella politica e nell’informazione, seguissero questi esempi di equilibrio, in qualche caso sofferto. Rinfocolare una campagna generica contro la “violenza di stato”, lamentare persino che l’interruzione di carriere professionali di indubbio valore sia troppo poco come punizione, persino riprendere la vecchia solfa della “responsabilità politica” che a suo tempo fu messa in piedi contro Gianfranco Fini, non è solo sciacallesco, è anche dannoso al funzionamento delle strutture preposte alla difesa della sicurezza dei cittadini.
I rapporti tra polizia e magistratura non sono semplicemente regolati da norme burocratiche. In particolare la gestione delicatissima dell’intelligence, che ora dovrà essere ricostruita, porta a maneggiare dossier e sistemi di informazione, in una relazione con la magistratura che deve essere salvaguardata. Riaprire, cogliendo l’occasione della recente sentenza, antiche ferite significa rischiare di creare una crepa nel cuore stesso dell’azione di contrasto alla criminalità. Il controllo di legalità è stato esercitato, le pene sono state irrogate. Di questo è giusto essere soddisfatti. Ora bisogna voltare pagina, nella consapevolezza della funzione insostituibile delle forze dell’ordine e della solidità del loro sistema di comando che merita rispetto e riconoscenza, specialmente in un momento difficile in cui deve riorganizzare alcune delle sue funzioni più complesse. Chi vuole tenere aperta una questione chiusa per rinfocolare risentimenti o per propagandare teorie che ricalcano quelle perniciose del “doppio stato”, non ha coscienza della delicatezza della situazione o, nel peggiore dei casi, mesta nel torbido e va contrastato con fermezza.